L’educazione emotiva

PERCHE’ E’ IMPORTANTE EDUCARE I BAMBINI ALLE EMOZIONI, FIN DALLA NASCITA 

di , psicologa e psicoterapeuta secondo l’Approccio centrato sulla persona
 

La salute mentale non è altro che una buona capacità di gestione delle emozioni, che a loro volta costituiscono lo strumento tramite il quale ci mettiamo in connessione con il mondo intorno a noi e attraverso cui “leggiamo”, attribuiamo significato a tutto ciò che in ogni istante ci accade.

intelligenza emotiva

Saper gestire in maniera adeguata le emozioni che gli stimoli esterni provocano in noi significa non esserne travolti, né cadere ostaggio di ansia, depressione, rabbia, frustrazione. Insegnare ai nostri figli una buona gestione del loro mondo emotivo è quindi fondamentale per fornire loro degli strumenti necessari ad una vita serena e appagante, significa prevenire negli adolescenti ed adulti di domani problemi psicologici lievi o più importanti. 

Le ricerche scientifiche mostrano in maniera chiara che la natura ha fornito i bambini, fin dalla nascita, di strutture cerebrali deputate a connetterli emotivamente con i genitori e di percepire come da questi vengono vissuti, accolti e accettati. La qualità di questa connessione colora la qualità dell’attaccamento genitore-bambino, base fondamentale per la costruzione della personalità e dell’identità. La costruzione della personalità e dell’identità dei bambini avviene infatti attraverso le interazioni emotive e affettive con i loro genitori. La qualità di queste interazioni in termini di disponibilità, contenimento, rispecchiamento e autorevolezza incide direttamente su tale processo di costruzione.

I bambini, poiché nascono assolutamente incapaci di sopravvivere senza un adulto, sono geneticamente programmati a ricercare attivamente qualcuno che li rassicuri e li protegga, inizialmente attraverso il pianto e successivamente con competenze comunicative più raffinate. I genitori devono rispondere a questo bisogno di attaccamento offrendo protezione, vicinanza e cura, senza temere di “viziarli”. 

Per un neonato il mondo è un pianeta sconosciuto e inesplorato, da imparare a conoscere e prevedere. Ciò che è sconosciuto, imprevisto e imprevedibile (e quindi potenzialmente minaccioso) produce stress, quindi alti livelli di cortisolo, mentre ciò che è conosciuto e previsto, atteso, rassicura e attiva la produzione di sostanze del “benessere” (ossitocina, serotonina, oppioidi naturali), che a loro volta stimolano la creazione di vie nervose che attivano comportamenti di esplorazione e di autonomia.

Le azioni di accudimento da parte dei genitori dovranno perciò essere costanti, regolari, prevedibili per il bambino. In questo modo si stimola nel bambino senso di sicurezza, che a sua volta stimola la fiducia nell’ambiente e nelle persone, spingendolo piano piano verso l’autonomia (se conosco e so prevedere l’ambiente, non lo temo e vado a esplorarlo, se non so mai cosa aspettarmi non posso sapere cosa trovo esplorandolo quindi resto vicino agli adulti perché non mi sento sicuro).

È fondamentale imparare a decifrare i bisogni espressi dai bambini per rispondervi in maniera adeguata: costanti risposte confuse o improprie aumenta lo stress ed il senso di confusione nel piccolo. La costante e regolare ripetizione nel tempo di gesti, interazioni ed esperienze che forniscono stati di benessere ai bambini stimola nel loro cervello la creazione e il rafforzamento di vie nervose nei centri cerebrali della modulazione emotiva. Si tratta quindi di un circolo virtuoso: più nel bambino vengono stimolate le aree cerebrali della competenza emotiva, più queste aree si implementeranno da un punto di vista neurobiologico, più, di conseguenza, il bambino tenderà a rispondere agli stimoli dell’ambiente attivando quelle stesse aree, mettendo in atto perciò condotte sane e adeguate e inibendo sempre più i centri cerebrali delle risposte impulsive e inadeguate, spesso connotate da aggressività o da chiusura.

Connettersi con i propri figli significa permettere loro di sentire dove stiamo emotivamente, far loro percepire e attribuire giusti significati ai nostri stati d’animo. Questo richiede la capacità da parte del genitore di gestire in maniera adeguata il proprio mondo emotivo, senza “scaricare” addosso al figlio emozioni, tensioni, rabbie e frustrazioni che riguardano l’adulto e non il bambino, ma di essere emotivamente presenti nella relazione, “ascoltando” quello che il bambino sta provando in quel momento e rispecchiandoglielo, in modo che possa sentire che noi sentiamo ciò che prova, che lo vediamo e confermiamo che il suo sentire va bene.

Quando i bambini non riescono a decifrare lo stato emotivo del genitore (perché chiuso alla relazione, depresso, ansioso o comunque sofferente e incapace di comunicare emotivamente con lui) vivono uno stato di profonda angoscia, che diventa dannoso se protratto nel tempo.

Far vedere le nostre emozioni, parlare con i propri figli delle nostre e delle loro emozioni stimola l’empatia (cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro e di intuire il suo mondo emotivo), il miglior vaccino contro bullismo, prevaricazioni, razzismo e altre forme di aggressione dell’Altro.

I bambini hanno spesso espressioni emotive molto forti, soprattutto quando sono arrabbiati, delusi, frustrati. È assolutamente normale, ciò accade perché ancora non hanno imparato a gestire le emozioni in maniera più adeguata. Questo apprendimento può venire solo dagli adulti (genitori e insegnanti), non si sviluppa da sé.

Mettere a tacere, ignorare o punire le espressioni emotive non ha alcuna utilità, se anzi diventa una modalità costante di intervento produce danni notevoli, ovvero una sostanziale incapacità di gestione emotiva nel bambino che,  in preadolescenza e adolescenza potrà aumentare il rischio di dipendenza da sostanze, disturbi alimentari, condotte aggressive nei confronti degli altri. Gli stati emotivi dei figli vanno ascoltati, condivisi, contenuti.

Attenzione: comprendere, ascoltare, empatizzare non significa però né essere a sempre completa disposizione dei figli, né dire loro sempre sì. Non insegnare loro il limite, la tolleranza alla frustrazione del no, dell’attesa per ottenere qualcosa di desiderato, del guadagnarsi con fatica un premio significa stimolare un falso senso di onnipotenza e una fondamentale incapacità a sopportare un rifiuto: significa mettere il proprio figlio a rischio di frantumarsi di fronte alla prima difficoltà della vita che vivrà fuori casa.

Dr.ssa Nora Massoli psicologa e psicoterapeuta secondo l’Approccio centrato sulla persona (noramassoli[at]hotmail.com) www.sentieridicrescita.com

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